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Articolazioni

Artrosi alle mani: cosa si può fare davvero

Dr. Med. William Gamba
Dr. Med. William Gamba · Revisione medica: settembre 2026 · 6 min di lettura
IN BREVE

L'artrosi alle mani ha una parte che non regredisce — i noduli di Heberden e Bouchard già formati, le deformazioni strutturali — e una parte su cui si può ancora intervenire: dolore, infiammazione, rigidità e uso della mano. Creme, antinfiammatori e tutori agiscono sul sintomo e danno un sollievo temporaneo; nessuno di loro cambia il modo in cui la mano lavora. E quel modo dipende dal controllo che il sistema nervoso centrale esercita su tono muscolare e schemi di movimento. È lì che resta qualcosa da fare.

Un barattolo che non si apre. La chiave che gira male nella serratura. L'artrosi alle mani si annuncia così, con gesti che erano automatici e smettono di esserlo — e con qualcosa di visibile: un ingrossamento sulla nocca, un dito leggermente storto, la base del pollice che protesta appena si stringe. Poi arriva il pensiero che spaventa più del dolore: «da qui in avanti peggiorerà e basta». È il punto in cui vale la pena separare due cose che vengono spesso confuse: quello che non torna indietro, e quello su cui si può ancora lavorare.

Perché l'artrosi colpisce proprio le mani

Le mani hanno decine di articolazioni piccolissime che lavorano tutto il giorno: afferrano, stringono, torcono, sostengono. Strutture minute, sottoposte a carichi ripetuti per decenni.

L'artrosi delle mani ha una geografia riconoscibile. I noduli di Heberden compaiono sulle articolazioni delle ultime falangi, quelle vicine all'unghia; i noduli di Bouchard su quelle intermedie, a metà dito. Le nocche si allargano, il dito può deviare di qualche grado, l'anello che entrava non entra più. Sono ispessimenti ossei, non gonfiori di passaggio: una volta formati, restano.

Su una parte di tutto questo non si può intervenire, ed è giusto dirlo. Esiste una componente familiare — chi ha visto le stesse mani in sua madre o in sua nonna lo sa — e una componente ormonale, che rende l'artrosi delle mani particolarmente frequente nelle donne dopo i cinquant'anni.

Ma c'è un secondo fattore, e questo non è scritto nel DNA: come la mano lavora ogni giorno. Quali dita si fanno carico della presa, quanta forza serve per lo stesso gesto, quali compensi scattano quando una zona fa male. Nulla di casuale: il tono dei muscoli e gli schemi di movimento sono governati dal sistema nervoso centrale. Quando quel controllo si altera, i carichi sulle piccole articolazioni si distribuiscono male — sempre allo stesso modo, per anni.

Sistema nervoso centrale → tono muscolare alterato e/o schemi di utilizzo modificati → distribuzione scorretta dei carichi sulle piccole articolazioni della mano → usura e deformazione → infiammazione → dolore.

Rizoartrosi: quando fa male la base del pollice

In ortopedia si ripete spesso che il pollice, da solo, vale circa metà della funzione della mano. Non è un modo di dire: senza la sua opposizione quasi nessuna presa fine è possibile.

La rizoartrosi è l'artrosi dell'articolazione alla base del pollice, fra il trapezio e il primo metacarpo. È l'articolazione della pinza: aprire un barattolo, girare una chiave, svitare un tappo, usare le forbici. Il dolore è localizzato alla base del pollice, verso il polso, e sale con l'uso. Spesso la forza cala prima ancora che il dolore diventi importante — è il classico «mi cadono le cose di mano».

Che sia bilaterale non sorprende: le due mani appartengono alla stessa persona e lavorano con gli stessi schemi. Se il modo di usare la pinza sovraccarica quell'articolazione, tende a farlo da entrambe le parti, magari con qualche anno di scarto.

Per la rizoartrosi vengono spesso prescritti tutori: mettono a riposo il pollice e possono dare tregua nelle fasi dolorose — se te ne è stato prescritto uno, ha la sua logica. Esiste anche una chirurgia protesica della rizoartrosi, e quando lo specialista pone un'indicazione operatoria bisogna assicurarsi che ormai non esista più cartilagine e che l'intervento sia «l'ultima spiaggia». Resta inoltre un punto onesto: né il tutore né l'intervento cambiano il modo in cui la mano lavora, né cambiano il tono muscolare, né gli errori di utilizzo.

Artrosi o artrite? La differenza che cambia tutto

Le due parole si somigliano e vengono usate come sinonimi, ma indicano cose diverse — e portano a percorsi diversi.

L'artrosi è un processo di usura: l'articolazione si consuma nel tempo, il dolore aumenta con l'uso e tende a calare con il riposo, la rigidità del mattino dura pochi minuti, se non nei casi più gravi. L'artrite — quella reumatoide, per esempio — è invece una malattia infiammatoria di natura autoimmune: è il sistema immunitario ad aggredire le articolazioni. Il quadro è un altro, e servono altri esami e trattamenti differenziati.

⚠ DAL MEDICO SENZA ASPETTARE SE

· le articolazioni sono gonfie, calde e arrossate, non solo dolorose;
· il coinvolgimento è simmetrico — le stesse dita in entrambe le mani;
· la rigidità del mattino dura oltre 30-60 minuti prima che le mani si sblocchino;
· compaiono febbre, stanchezza marcata o malessere generale.

In questi casi servono esami: distinguere un'artrosi da una malattia infiammatoria autoimmune non è un dettaglio, e non si fa a occhio.

Cosa fanno (e cosa non fanno) creme, farmaci e tutori

Quasi tutti arrivano qui dopo aver già provato qualcosa. Vale la pena chiamare ogni cosa per quello che è.

Creme e gel antinfiammatori danno un sollievo locale e di breve durata. Calore e bagni di paraffina allentano la rigidità e rendono la giornata più facile: il beneficio dura quanto l'effetto. I tutori mettono a riposo l'articolazione e possono dare tregua vera — che però dura finché il tutore è indosso.

Gli antinfiammatori per bocca funzionano sul dolore, e nelle fasi acute il medico può indicarli. Presi a lungo, però, presentano un conto documentato: disturbi gastrici fino all'ulcera, effetti sul rischio cardiovascolare, effetti sulla funzione renale. Non è un motivo per demonizzarli — è un motivo per non farne una gestione quotidiana a tempo indeterminato, e per decidere dosi e durata con il medico, non da soli.

Il punto in comune è questo: sono tutti interventi sul sintomo o sulla zona. Nessuno di loro cambia il modo in cui la mano lavora o le tensioni muscolari della mano stessa — e finché quel modo resta lo stesso, l'infiammazione ha buone probabilità di tornare. Non sono inutili: servono a stare meglio adesso. Diventano un problema quando sono l'unica cosa che si fa, per anni.

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La componente funzionale: cosa si può recuperare davvero

Qui serve la parte onesta, e viene prima di tutto il resto. I noduli di Heberden e Bouchard già formati, non togliendo le cause della loro comparsa, non regrediscono. Le deformazioni strutturali, non togliendo le cause della loro comparsa, non tornano indietro. Nessuna terapia tradizionale oggi le fa sparire.

Dolore, infiammazione, rigidità e capacità di usare la mano fanno parte dello stesso schema. È la componente funzionale del problema: la parte che dipende da come quell'articolazione viene caricata ogni giorno. Ed è la parte su cui ora — da parte mia, ormai da più di vent'anni — si può agire.

È il terreno della terapia CEMP-BI praticata dal Dr. Med. William Gamba. Va detto subito cosa non fa: non agisce sulla cartilagine in modo diretto, ma indirettamente sì; non ricostruisce l'articolazione, ma ricrea le condizioni perché si ripari e migliori.

Quello che fa, infatti, è a monte: promuove il recupero della capacità di autoregolazione del sistema nervoso, di solito «allentando» le tensioni dei muscoli che sono all'origine del fenomeno artrosico (vedi cosa succede nella pagina dedicata all'artrosi). La prima seduta usa il protocollo RP (Riequilibrio Posturale) — un contatto di una frazione di secondo su punti specifici dell'orecchio. Un miglioramento della mobilità della mano di solito si sente già dopo questa prima seduta. Il percorso prosegue poi con cicli di RPS (Riequilibrio Psico-Somatico), per andare sempre più in profondità e stabilizzare gli effetti positivi che si percepiscono a mano a mano che la terapia prosegue nel tempo. Quando il controllo torna corretto, l'uso della mano si riequilibra: i carichi sulle piccole articolazioni si allentano e si distribuiscono meglio, l'infiammazione si riduce già col primo ciclo di terapia, la nutrizione dei tessuti articolari migliora e i meccanismi di recupero possono riattivarsi.

Per la zona dolorosa o infiammata, se necessario, esistono due applicazioni con elettrodi locali: l'ASA (Applicazione Somatotopica Antalgica), con un protocollo antalgico specifico, e l'ASE (Applicazione Somatica Estensiva), che serve a evidenziare al sistema nervoso una zona con infiammazione che tende a cronicizzarsi. Neanche qui si tratta di un trattamento diretto del tessuto: è un modo di segnalare al sistema di controllo dove sta il problema.

Non è una guarigione garantita, ma è un processo che «ferma un treno in corsa e lo fa tornare un po' indietro». Dipende dalla storia clinica di ciascuno, dal grado di artrosi e dalla risposta individuale. È però un percorso che parte dalla causa e che si affianca senza conflitti a quello che il paziente sta già facendo — che spesso viene poi abbandonato perché diventa inutile. Il quadro completo è nella pagina dedicata all'artrosi.

COSA DICE LA RICERCA

Sul dolore cronico: studio randomizzato con gruppo placebo su 888 soggetti con dolore non responsivo a farmaci e fisioterapia, con riduzione significativa del dolore nel gruppo trattato con tecnologia REAC (Fontani V. et al., International Journal of General Medicine, 2011 — DOI: 10.2147/IJGM.S24628).

Nell'artrosi esiste anche uno studio clinico comparativo sulla tecnologia REAC — ma condotto sul ginocchio, non sulle mani (Castagna A., Rinaldi S., Fontani V. et al., Acupuncture & Electro-Therapeutics Research, 2010 — DOI: 10.3727/036012910803860968). I dati di un'articolazione non si trasferiscono automaticamente a un'altra: vanno letti per quello che sono.

La tecnologia REAC-CEMP-BI è oggi documentata da oltre 40 studi peer-reviewed indicizzati su PubMed. Il Dr. Med. Gamba la pratica dal 2004 nelle sedi di Chiasso, Andora e Carcare.

Vedi tutti gli studi scientifici → · Come funziona la terapia →

Quale specialista valuta le mani

L'artrosi delle mani è materia ortopedica; se il sospetto è di una malattia infiammatoria, il riferimento diventa comunemente il reumatologo con gli esami del caso. In entrambi i casi la valutazione non si esaurisce nella radiografia: la lastra dice quanto è consumata un'articolazione, non perché quella mano lavori così. Però la lastra ci può dire anche che l'unica soluzione per una ripresa funzionale decente sia l'intervento chirurgico. Non è raro che due mani con immagini simili facciano male in modo molto diverso. Per questo la visita parte dall'osservare la mano mentre lavora — presa, forza, compensi — e non solo dall'immagine.

Sulle questioni medico-legali — certificazioni, riconoscimenti, idoneità — il riferimento restano il medico curante e gli enti competenti: si valutano caso per caso, e non sono materia di un articolo divulgativo.

Domande frequenti

L'artrosi alle mani si può guarire?
Può migliorare: i noduli di Heberden e Bouchard già formati e le deformazioni strutturali possono in parte regredire, per cui si può avere un ottimo risultato nelle prime fasi della loro formazione. Questo può succedere perché con la CEMP-BI agiamo sulla componente funzionale: dolore, infiammazione, rigidità muscolare e capacità di usare la mano. Su quella si può lavorare, e non è poco! Agiamo sul controllo nervoso che governa il modo in cui la mano lavora. Senza promesse eccessive: la risposta dipende poi dalla storia clinica di ciascuno.
Artrosi alle mani: meglio caldo o freddo?
In genere il caldo aiuta la rigidità cronica, quella delle mani che al mattino faticano ad aprirsi, mentre il freddo dà più sollievo nella fase acuta, quando l'articolazione è gonfia e infiammata. Sono accorgimenti da valutare con il medico che ti segue, perché la risposta è soggettiva. E per entrambi vale la stessa avvertenza: danno sollievo, ma non toccano la causa per cui quell'articolazione si infiamma e fa male.
La terapia CEMP-BI per l'artrosi alle mani è rimborsata in Svizzera?
Il Dr. Med. William Gamba è riconosciuto dalle principali casse malati complementari svizzere. Con un'assicurazione complementare, la terapia è rimborsata secondo le condizioni del tuo contratto. Conviene comunque verificare con la propria cassa prima di iniziare, perché le condizioni cambiano da contratto a contratto. Lo studio svizzero è a Chiasso, a due passi dalla stazione e dal confine.
Dr. Med. William Gamba
Dr. Med. William Gamba
Medico chirurgo · Specialista in Ortopedia · Terapia CEMP-BI dal 2004 · Chi sono →
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Revisione medica: Dr. Med. William Gamba · settembre 2026. Questo articolo ha scopo divulgativo e non sostituisce una valutazione clinica personalizzata né indicazioni sui farmaci e sui presidi, che spettano al medico curante. I risultati individuali possono variare.