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Alzheimer

Rallentare l'Alzheimer: cosa si può fare oggi, davvero

Dr. Med. William Gamba
Dr. Med. William Gamba · Revisione medica: settembre 2026 · 7 min di lettura
IN BREVE

Oggi nessuna terapia ferma la malattia di Alzheimer, ed è giusto dirlo subito. Ma «non si può fermare» e «non si può fare nulla» sono due frasi diverse. In mezzo c'è uno spazio reale, ed è quello che una famiglia vive ogni giorno: il sonno, l'agitazione, l'attenzione, il movimento, la qualità delle giornate — del malato e di chi lo assiste. I farmaci occupano una parte di quello spazio. La componente funzionale del sistema nervoso ne occupa un'altra, spesso trascurata. Non è una cura: è un miglioramento possibile, misurabile e documentato.

Chi legge una pagina come questa, di solito, non è il malato. È il figlio o la figlia che ha già passato qualche notte a cercare, che ha già incontrato le parole degenerativa e progressiva, e che a un certo punto ha fatto la domanda vera: si può rallentare? La risposta onesta non è un sì e non è un no.

La domanda vera: si può rallentare?

Partiamo da quello che non si può promettere. Ufficialmente oggi non esiste una terapia — farmacologica o non farmacologica — che fermi la malattia di Alzheimer o restituisca la memoria già persa.

Detto questo, «non si può fermare» e «non si può fare nulla» vengono confuse di continuo, e non sono la stessa cosa. In mezzo c'è tutto ciò che separa una giornata gestibile da una giornata impossibile: quanto dorme la notte, quanto è agitato al calare della sera, quanto riesce a restare dentro una conversazione, se cammina ancora da solo, quanto reggete voi che lo assistete. Su questo si può lavorare. Ed è, per giunta, misurabile.

Cosa fanno (e cosa non fanno) i farmaci

Sono fra le domande più cercate, e meritano una risposta piana: né entusiasmi né disprezzo.

Gli inibitori delle colinesterasi — donepezil, rivastigmina e altri della stessa famiglia — migliorano temporaneamente la trasmissione fra i neuroni, agendo su un neurotrasmettitore coinvolto in memoria e attenzione. Possono aiutare alcuni sintomi cognitivi in una parte dei pazienti, per un tempo limitato.

La memantina agisce con un meccanismo diverso, su un altro sistema di trasmissione cerebrale, e viene di solito considerata nelle fasi più avanzate, da sola o insieme ai precedenti. Anche qui vale la stessa formula: può aiutare alcuni sintomi, in alcuni pazienti. Se sia indicata, quando introdurla e per quanto tempo è una decisione del neurologo curante.

Quanto aiutano? Le revisioni sistematiche danno una misura media modesta: nella revisione Cochrane sugli inibitori delle colinesterasi il guadagno medio sul test MMSE è attorno al punto (donepezil +1,05; rivastigmina +0,74), con un beneficio che tende a ridursi nel tempo e con effetti limitati su autonomia, qualità di vita e comportamento. Non fermano la progressione della malattia: non sono stati disegnati per questo. Ed effetti collaterali esistono, noti: nausea, diarrea, perdita di peso, rallentamento del battito cardiaco.

Questo non li rende inutili. Quando aiutano, aiutano: un margine anche piccolo, in una persona reale, può significare qualche mese in più in cui riconosce i nipoti o riesce a vestirsi da solo. Il punto non è che i farmaci non servano; è che occupano una parte dello spazio, non tutto lo spazio.

Una regola sola, e non è negoziabile: dosi, associazioni, cambi e sospensioni si decidono con il neurologo che segue vostro padre o vostra madre. Mai da soli, mai sulla base di quello che si è letto — questo articolo compreso.

La componente funzionale: lo spazio su cui si può agire

Qui entra la distinzione che, in questo studio medico, viene prima di tutto.

Accanto alla degenerazione neuronale, l'Alzheimer presenta sempre una componente funzionale: schemi disfunzionali del sistema nervoso che amplificano i sintomi e accelerano il declino. Su quella componente è possibile intervenire — ed è una cosa diversa dal curare la malattia.

È il terreno della terapia CEMP-BI. Va detto subito cosa non fa: non cura l'Alzheimer, non inverte la neurodegenerazione, non riporta indietro la memoria già persa, non sostituisce le terapie in corso. Quello che fa è a monte: fornisce al sistema nervoso un'informazione precisa del suo stato reale, e il sistema nervoso — per quanto compromesso — la utilizza per attivare i meccanismi di autoregolazione ancora funzionanti.

In pratica, la prima seduta è il protocollo RP (Riequilibrio Posturale): un contatto auricolare della durata di una frazione di secondo. Il percorso prosegue con cicli di RPS (Riequilibrio Psico-Somatico). Il paziente resta vestito, seduto o in piedi.

Per chi assiste una persona con demenza contano soprattutto quattro cose: la terapia è indolore e non invasiva; non è farmacologica e non interferisce con i farmaci in corso (negli studi pubblicati i pazienti continuavano le loro terapie); è praticabile a qualunque età; e non richiede la collaborazione del paziente. Quest'ultimo punto, nella demenza, non è un dettaglio: si può fare anche quando la persona non capisce la richiesta, non collabora, non riesce a stare ferma.

COSA DICE LA RICERCA

Uno studio pilota dell'Università di Pavia, su pazienti con Alzheimer lieve-moderato, ha documentato miglioramenti in attenzione, agitazione, sonno e benessere del caregiver — con zero effetti collaterali (Guerriero F. et al., Neuropsychiatric Disease and Treatment, 2015 — DOI: 10.2147/NDT.S90966).

Va letto per quello che è: uno studio aperto, su numeri contenuti. Indica una direzione, non una certezza. Nelle famiglie che hanno completato il percorso, i miglioramenti più frequenti riguardano il sonno notturno, la riduzione dell'agitazione e — spesso — un sollievo tangibile per chi si prende cura del familiare ogni giorno.

La tecnologia REAC-CEMP-BI è oggi documentata da oltre 40 studi peer-reviewed indicizzati su PubMed, diversi dei quali su Alzheimer e malattie neurodegenerative. Il Dr. Med. Gamba la pratica dal 2004 nelle sedi di Chiasso, Andora e Carcare.

Vedi tutti gli studi scientifici → · Alzheimer: la pagina dedicata →

Non vi promettiamo miracoli. Vi diciamo cosa si può fare.
Il Dr. Med. Gamba parla personalmente con la famiglia e dice con onestà se ci sono margini realistici — prima di qualsiasi appuntamento.
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Cosa può fare la famiglia, ogni giorno

Niente di quello che segue è una terapia, e niente va preso come un protocollo. Sono accorgimenti generali, che il medico e i servizi che vi seguono possono adattare al vostro caso.

Routine stabili. Una giornata prevedibile — stessi orari, stessi gesti, stesse stanze — costa molta meno fatica di una giornata piena di novità. Ogni cambiamento richiede una capacità di adattamento che la malattia sta erodendo.

Ambiente semplice e calmo. Meno rumore di fondo, meno persone che parlano insieme, luci accese prima che scenda il buio. Molta dell'agitazione serale nasce da un ambiente che la persona non riesce più a decifrare.

Non contraddire frontalmente: deviare. Quando dice qualcosa che non è vero — che deve andare al lavoro, che sua madre lo sta aspettando — la correzione diretta di solito non aiuta: produce angoscia, perché la smentita non può essere ricordata. Funziona meglio accogliere l'emozione, rispondere a quella, e spostare l'attenzione altrove.

Aggressività e allucinazioni vanno riferite al medico. Non sono un vostro fallimento, e non sempre sono «solo la malattia»: un dolore che non viene detto, un'infezione, la stitichezza, un farmaco introdotto da poco possono scatenarle. Vanno indagate, non semplicemente sopportate.

Per il sonno, quello che conta succede di giorno. Luce naturale, movimento, qualche attività, evitare i sonnellini lunghi del pomeriggio, e la sera abbassare i ritmi. Se le notti restano impossibili, parlatene con chi lo segue prima di aggiungere qualsiasi cosa di vostra iniziativa.

E poi ci siete voi. La terapia CEMP-BI aiuta molto il benessere di chi assiste, e non è un accessorio: nello studio dell'Università di Pavia è uno dei parametri misurati, insieme al sonno e all'agitazione del paziente. Chiedere aiuto — ai servizi territoriali, a un'associazione di familiari, al medico di famiglia — non è arrendersi: è ciò che permette al percorso di reggere negli anni.

Se il sospetto è appena arrivato

Dimenticanze che si ripetono, la stessa domanda tre volte in un'ora, difficoltà con i soldi o con gli elettrodomestici di sempre, disorientamento in luoghi conosciuti. La tentazione, quasi sempre, è aspettare qualche mese e vedere come va. È la scelta che costa di più.

Il percorso è semplice: parlarne con il medico di famiglia e chiedere una valutazione specialistica — un neurologo o un centro specializzato nei disturbi cognitivi. Serve, prima di tutto, perché non tutto ciò che somiglia a un Alzheimer lo è: esistono condizioni diverse, alcune trattabili, e solo una valutazione medica può distinguerle.

E serve perché prima si sa, più opzioni restano aperte: le scelte terapeutiche, l'organizzazione familiare, le decisioni pratiche che più avanti diventano difficili da prendere insieme alla persona interessata. Senza allarmismi: una valutazione non è una condanna, è un'informazione.

Capire se nel vostro caso c'è margine

Non tutte le famiglie che chiamano ricevono la stessa risposta, e questo è un bene. La componente funzionale non è uguale in tutti i pazienti, e la fase della malattia pesa. Per questo il Dr. Med. Gamba parla con la famiglia prima di iniziare qualunque cosa, e non avvia un percorso se non ritiene che ci siano margini realistici.

Non è una cura, e non lo diremo mai. È un miglioramento possibile su ciò che è ancora modificabile: il sonno, l'agitazione, l'attenzione, il movimento — e il respiro di chi assiste. Se volete capire se nel vostro caso quel margine esiste, la prima conversazione è gratuita e serve esattamente a questo. Il quadro completo è nella pagina dedicata all'Alzheimer.

Domande frequenti

I farmaci per l'Alzheimer lo fermano?
No. Gli inibitori delle colinesterasi e la memantina possono aiutare alcuni sintomi cognitivi e comportamentali in una parte dei pazienti e per un periodo di tempo, ma non fermano la progressione della malattia: non sono stati disegnati per questo. Hanno anche effetti collaterali noti. Questo non li rende inutili, e non sono un motivo per rifiutarli a priori. Ogni decisione su dosi, associazioni, sospensioni e durata spetta al neurologo curante: non si modifica e non si sospende nulla da soli.
Si può rallentare l'Alzheimer?
Che si sappia, ufficialmente, nessuna terapia oggi ferma la malattia e nessuna riporta indietro la memoria già persa. Esiste però una componente funzionale trattabile, cioè gli schemi disfunzionali del sistema nervoso che amplificano i sintomi. Nello studio pilota dell'Università di Pavia, su pazienti con Alzheimer lieve-moderato, sono stati documentati miglioramenti in attenzione, agitazione, sonno e benessere del caregiver, senza effetti collaterali. Non è una cura: è un miglioramento possibile, da valutare caso per caso.
La terapia CEMP-BI per l'Alzheimer è rimborsata in Svizzera?
Il Dr. Med. William Gamba è riconosciuto dalle principali casse malati complementari svizzere. Con un'assicurazione complementare, la terapia è rimborsata secondo le condizioni del tuo contratto. Conviene comunque verificare con la propria cassa prima di iniziare, perché le condizioni cambiano da contratto a contratto. Sul piano pratico, la terapia non richiede la collaborazione del paziente ed è praticabile a qualunque età: due aspetti che nella demenza contano molto. Lo studio svizzero è a Chiasso, a due passi dalla stazione e dal confine.
Dr. Med. William Gamba
Dr. Med. William Gamba
Medico chirurgo · Specialista in Ortopedia · Terapia CEMP-BI dal 2004 · Chi sono →
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Revisione medica: Dr. Med. William Gamba · settembre 2026. Questo articolo ha scopo divulgativo e non sostituisce una valutazione clinica personalizzata. Le decisioni sui farmaci — introduzione, dosi, associazioni, sospensione — spettano al neurologo e al medico curante. I risultati individuali possono variare.